.:::OninO:::.                                          …comunicazione, giornalismo e innovazione

>>> lunedì, marzo 31, 2003
 

>>> Project blogging is like Journalism

Non è una novità che nel mondo della ricerca, dell'impresa e dell'innovazione stia emergendo un nuovo modo di portare avanti progetti di team. Questo nuovo modo è il project-blogging, ossia uno strumento che possa dare conto costantemente dei passi in avanti nel progetto comune, che possa evidenziare idee nuove e permettere al team di commentarle, che funga da "record" di quanto fatto sino a quel momento e così via.

John Udell pensa che per massimizzare l'efficienza di questo tool si debba essere anche un pò giornalisti:

The value of a project Weblog has a lot to do with getting everybody onto the same page -- literally. You want to deliver a manageable flow on the home page, drawing attention to the key events in the daily life of the project. To do this well, think like a journalist.

The newspaper editor's mantra is "heads, decks, and leads" -- in other words, headlines, summaries, and introductory paragraphs. These devices are, in fact, tools for managing a scarce and precious resource: the reader's attention. A well-written title (or subject header if you happen to be composing an e-mail message) is your first, best, and often only chance to get your message across

Decks and leads can also play several roles. When you post an item to a blog page using these devices and then link elsewhere for the full story, you're doing just what a newspaper does, and for the same reason. You want the project's home page to deliver the at-a-glance overview and then direct attention elsewhere. Of course, attention that goes elsewhere might not come back. Fortunately the Web offers techniques that aren't available to newspapers

dal flusso di onino 11:16 | commenti (1) | + -
 

>>> Le avventure di Enzo Conoscenzo. 2° puntata

(la prima puntata la trovate qui)

Enzo Conoscenzo ha avuto la meglio. Alla fine quattro dipendenti della Scazzomatix hanno fatto un passo avanti (o forse tutti gli altri uno indietro). Ora il nostro eroe ha in mano delle cavie sulle quali sperimentare la sua visione del Knowledge Sharing. E' entusiasta. Gli occhi gli si strabuzzano. Si sfrega le mani con un ghigno fra il malefico e il truce.

Ovviamente c'e' bisogno di formazione. Non si può dare in mano uno strumento potente come un blog in mano a degli ignoranti di Knowledge Management. Quindi tutti in auletta.

Enzo Conoscenzo illustra le potenzialità dei blog, sottolinea che una delle loro potenzialità è collegare diverse risorse nell'ambito di un progetto comune. Si sofferma particolarmente sul concetto di link, "collegare, unire".

Bobo (addetto ai rapporti con la stampa):Vediamo se ho capito bene... Al fine di incrementare il senso di identità fra dipendente ed azienda e al fine di incrementare la conoscenza di quanto accade nel nostro settore i miei compiti in sto blob, blow-job, blog, insomma in sta cosa per cui mi pagate di più, quali sono? Se ho capito bene ogni mattina devo fare una rassegna stampa e rendere disponibili a tutti i colleghi gli articoli che parlano di noi e quelli che costituiscono approfondimenti nel settore. Quello che non riesco proprio a capire è perchè per "linkare" (è così che ha detto?) i vari articoli debba usare proprio graffette di tipo target="_blank", ma che quelle che abbiamo sempre usato non vanno bene?
Insomma le fotocopie degli articoli le "linko" così, se proprio le fa piacere, ma io di consegnarne una copia ad ogni singolo dipendente per "renderle disponibili" a tutti proprio non lo faccio. Non era un lavoro d'intelletto questo? Ma vaff...

Enzo Conoscenzo: @*#%^!!??? (gli strabuzzano gli occhi) Facciamo un passo indietro. Forse voi non conoscete l'HTML. Allora, in principio fu Steve Jobs...

Formazione. L'ho sempre detto, una buona formazione è alla base di tutto.

(commento di Paolo Valdemarin qui. Grazie Paolo)


dal flusso di onino 11:00 | commenti (2) | + -
 

>>> Nuova ciambella di salvataggio per Saloon

La celeberrima e-zine è riuscita per l'ennesima volta a fare l'elemosina. 800mila dollari sull'unghia. Nell'attesa che il modello "pay for content" le garantisca l'indipendenza economica. Insomma che non abbia più bisogno della paghetta.

dal flusso di onino 09:21 | commenti | + -
 

>>> Giornalisti con la flebo in mano

Dovresti seguire i marines, stare appiccicato a loro. Dovresti scrivere quanto succede, tramutare battaglie in parole, tenere traccia delle urla, degli spari e del sangue. Dovresti essere imparziale, oggettivo, non coinvolto più del dovuto. Sei un giornalista al seguito dell'avanzata anglo-americana, è chiaro cosa devi fare.
E invece la guerra ti tramuta in infermiere, a tenere sveglio un civile iracheno, a non farlo addormentare, potrebbe non risvegliarsi più. E allora stai con la flebo in mano, a parlare dei suoi bambini, che li rivedrà, mentre intorno a te infuria la battaglia.
Il sergente non ha uomini, e tu, giornalista, sei immediatamente arruolato.
Questo quanto accaduto a Ron Martz, dell'Atlanta Journal-Constitution.




dal flusso di onino 08:58 | commenti | + -
>>> giovedì, marzo 27, 2003
 

>>> Saddam ha la TV ancora accesa

Nel 1991 la televisione di stato irachena fu immediatamente bombardata e resa muta. Proprio nei primissimi attacchi.
Perchè invece in questa seconda Guerra del Golfo così non è stato? La logica avrebbe dettato una necessità ancora maggiore di zittire uno dei principali canali comunicativi del Rais iracheno verso la sua popolazione. Infatti questa, ancora di più di quella lanciata da Bush senior, è una guerra non solo militare ma anche di informazione, o meglio, di propaganda.
Tutte le volte che Saddam è apparso sulla sua TV questa settimana di guerra, ha mostrato una volontà di protezione del popolo iracheno ed è riuscito ad evitare il propagarsi di un sentimento benevolo nei confronti dei "liberatori" americani. Paradossale, ma sembra sia così. Quei sciiti che nel 1991 appoggiarono le armate alleate, oggi sono perlopiù indifferenti e talvolta ostili all'avanzata angloamericana.

Se l'unica motivazione per la quale la televisione di regime è stata bombardata solo al sesto giorno di guerra (tra l'altro oscurandola solo per qualche ora) è stata quella di verificare costantemente se Saddam fosse sopravissuto, mi sembra sia stata una scelta azzardata, come del resto sembra anche al New York Times.



dal flusso di onino 20:20 | commenti | + -
 

>>> L'America crede in un legame fra Saddam e l'11/9

(estratto, tradotto ed adattato personalmente da questo articolo di Ari Berman)

Il 7 gennnaio in un sondaggio della Knight Ridder/Princeton Research il 44% degli intervistati pensavano che "la maggior parte" o "alcuni" dei terroristi dell'11 settembre fossero cittadini iracheni. Solo il 17% ha risposto correttamente, cioè che non vi erano iracheni fra gli attentatori. Questo è particolarmente degno di nota alla luce del fatto che nelle settimane successive al 11/9, pochissimi americani credevano che vi fossero iracheni fra gli attentatori.

Nello stesso sondaggio il 41% afferma che gli iracheni possiedono armi atomiche, cosa di cui l'amministrazione Bush non ha mai accusato Saddam.

Un sondaggio del Pew Research Center/Council on Foreign Relations del 20 Febbraio scorso rivela che circa due terzi degli intervistati erano convinti che gli ispettori dell'ONU avessere trovato prove del possesso da parte dell'Iraq di armi di distruzioni di massa non dichiarate. In realtà Hans Blix e i suoi ispettori non hanno mai trovato nulla di simile.

Sempre in questo sondaggio il 57% afferma che Saddam Hussein ha aiutato i terroristi coinvolti negli attacchi dell'11 settembre, cosa che l'amministrazione Bush ha smesso da tempo di sostenere.

Infine un recente (7-9 marzo) sondaggio del New York Times e della CBS mostra che il 45% degli intervistati è d'accordo con l'affermazione "Saddam Hussein è personalmente coinvolto negli attacchi dell'undici settembre", e un'altro sondaggio del 14-15 marzo curato dalla CNN e da USA Today alla stessa domanda trova d'accordo il 51% degli intervistati.

Quanto questi dati siano importanti e significativi ci è mostrato dal fatto che nello stesso sondaggio della CNN il 32% di coloro che erano favorevoli all'attaco in Iraq dava come principale motivazione il coinvolgimento di Saddam nei fatti dell'11/9, e un altro 43% affermava che quella era una delle ragioni per cui era favorevole all'attacco.

Bush nonostante non potesse provare alcun legame tra Saddam e l'11/9, sapendo quanto questo elemento fosse cruciale per il proprio sostegno non ha mancato occasione di vagheggiarlo. Durante la sua conferenza in prima serata del 6 Marzo ha menzionato per 8 volte l'11 settembre, spesso in frasi in cui compariva anche Saddam. Questo è quanto ha rilevato Linda Feldmann del Crhistian Science Monitor: "Bush non ha mai accusato direttamente Saddam come responsabile degli attacchi dell'11/9, tuttavia l'effetto generale della conferenza era atto a rinforzare questa impressione che persiste nella popolazione americana".

Carroll Doherty, del Pew Research Center, la settimana scorsa rilevava quanto fosse raro che una questione così a lungo e diffusamente dibattuta dagli esperti (l'estranietà di Saddam all'11/9) potesse ancora essere così fortemente ancorata nella percezione degli americani. Pare non vi sia nulla che l'opinione pubblica americana non sia disposta a credere riguardo Saddam Hussein.

Dunque la domanda è: ha la stampa fatto il suo dovere informando i cittadini riguardo questa questione chiave? Se la guerra degli USA contro l'Iraq finirà presto e bene allora l'amministrazione Bush non dovrà affrontare alcuna requisitoria su come "ha venduto la guerra - dice nuovamente la Feldmann - ma se la guerra dovesse andare male e le conseguenze essere altrettanto spiacevoli, allora l'amministrazione sarà duramente "under fire".

Ma anche i giornali americani lo saranno.


dal flusso di onino 20:18 | commenti | + -
>>> mercoledì, marzo 26, 2003
 

>>> Esiste un "fair-use" della nostra identità?

Mi sono imbattuto in una serie di articoli e brevi saggi sulla gestione delle identità digitali e sulla creazione di una infrastruttura che possa amministrarle in maniera utile sia al consumatore che alle imprese che con questo sono in relazione. In pratica si tratta di un ipotesi per costituire un "fair-use" dell'identità digitale.
In questo post proverò a riassumere questo concetto di "fair-use dell'identità digitale" proposto da Phil Becker
. In un post futuro analizzerò una infrastruttura per la gestione delle identità digitali proposta da Andre Durand. (Per chi è curioso e non ha voglia di aspettare la trova qui)

Phil Becker prospetta un "fair-use" delle identità digitali. Un utilizzo che permetta di gestire in maniera migliore le relazioni fra un consumatore e le aziende con cui ha rapporti.
L'esempio che porta è quello di un'azienda che si accorga di avere venduto numerosi esemplari difettosi di un elettrodomestico. Per  tutelare la sua immagine di "azienda attenta alle esigenze dei propri clienti", essa vorrebbe contattare tutti coloro che sono venuti in possesso dell'elettrodomestico difettoso e proporre loro la sostituzione immediata e gratuita. Dall'altra parte il consumatore magari non è a conoscenza di tale difetto, ma non appena esso si paleserà andrà su tutte le furie.
Un sistema di identità digitali "fair-use" potrebbe ad esempio conciliare le due esigenze permettendo all'azienda di registrare in un proprio database le informazioni minime sul cliente al momento dell'acquisto, in maniera tale che non appena essa si accorga del difetto del prodotto, possa contattare i clienti e occuparsi della risoluzione del problema.

Questo però si scontra con le esigenze di privacy del consumatore e con molte leggi a riguardo. Il problema è che tale database contiene identità digitali, dati che si ritiene debbano essere di proprietà del consumatore e non della compagnia. Questi problemi possono essere facilmente superati facendo firmare al consumatore delle autorizzazioni al momento dell'acquisto. Ma ipotizziamo che un certo numero di clienti decidano di non firmare alcuna autorizzazione al trattamento dei propri dati, e che l'azienda venga a scoprire che alcuni elettrodomestici venduti hanno un difetto talmente pericoloso da mettere a rischio la vita di chi lo utilizzi. Incrociando i dati viene a scoprire che un certo numero di questi falciaerba, mettiamo, sono nelle mani di clienti che non hanno firmato l'autorizzazione. A questo punto la responsabilità di eventuali incidenti a questi consumatori su chi cadrà? Probabilmente sull'azienda.

Ipotizziamo che dunque esista una legge che impone alle imprese di contattare i clienti venuti in possesso di merce difettosa e al contempo una legge che permette ai clienti di non lasciare i propri dati alle imprese. E' chiaro che la seconda legge mette in mano al cliente (nolente o volente) uno strumento legislativo che pone in posizione potenzialmente illegale.

L'esempio sin qui esposto è estremamente semplificato, ma l'idea è quella di mostrare che esistono situazioni nelle quali la società (e non solo nella sua faccia economica) gode di grandi benefici dal rendere legale il mantenimento di database senza l'esplicito assenso delle persone e talvolta senza nemmeno la loro conoscenza del fatto

Per questo Phil Becker prospetta un "fair-use" delle identità digitali, cioè una cornice legislativa che inquadri quali sono le zone delle relazioni cliente-azienda (ma non necessariamente solo di queste relazioni) dove l'identità digitale possa (e debba) essere gestita tramite modalità che facilitino determinati processi transazionali.

Se l'argomento vi ha interessato andate a leggervi tutta la parte dei commenti, trattasi di una piacevole discussione fra Phil ed un certo Dan (forse Gillmor) sulla questione. Un vivace e profondo botta e risposta.




dal flusso di onino 18:28 | commenti | + -
 

>>> Gino Roncaglia zittito su Radio Tre !

Oggi mi sono sintonizzato sulle frequenze di Radio Tre per ascoltare l'intervento di Gino Roncaglia sui weblog in periodo di guerra. Ad un certo punto il buon Gino afferma che le funzioni principali di un weblog sono quattro ed inizia l'elenco: la prima è quella di aggregare, la seconda quella di commentare e stimolare discussioni, la ter....

Proprio in quel momento interviene un altro Gino che lo interrompe. E il nostro Gino non ha più l'occasione di terminare la sua elencazione. Ebbene Gino dicci tutto!! Non lasciarci sulle spine!!

Quali sono le altre due funzioni dei weblog???

dal flusso di onino 18:26 | commenti (1) | + -
>>> martedì, marzo 25, 2003
 

>>> La guerra? Più perché oltre ai come

David House e un suo lettore si chiedono il perchè della guerra. Certo i giornalisti arruolati con le truppe stanno facendo un ottimo lavoro, gli inviati da Baghdad, da Kuwait City, dalla Turchia ci tengono costantemente aggiornati su cosa succede, ma sembra che nessuno provi a focalizzare l'attenzione sul perché succede e sia successo. Cosa abbia spinto gli Stati Uniti ad un attacco senza l'avvallo dell'ONU.

Non so se effettivamente ci sia un tale vuoto informativo su questo grande perchè, o se ci sia stato prima, al tempo dell'ultimatum. Ma oggi ho seguito una conferenza organizzata dalla mia Facoltà di Scienza Politiche qui a Genova alla quale erano invitati Sergio Romano e Boris Biancheri e quest'ultimo ha risposto a questo grande perché.

Boris Biancheri è stato ambasciatore italiano a Washington e attualmente presiede l'Istituto di Politica Internazionale e l'ANSA. Proverò qui di seguito a riassumere la sua risposta a questo grande perché:

Sino alla prima guerra mondiale la guerra aveva delle precise modalità per essere messa in atto: bisognava varcare i confini di uno stato sovrano con il proprio esercito regolare, fosse esso armato di alabarde o di cannoni a puntatore termico. L'esercito invadendo lo stato sovrano legittimava la difesa da parte dello stato invaso, determinando una situazione di guerra.

Oggi con un solo bicchiere di antrace riversato nelle giuste riserve idriche si può fare un numero altissimo di morti. Lo si può fare senza entrare con un esercito in uno stato sovrano. Lo si può fare in maniera molto meno clamorosa. Lo si può fare ovunque, e quello dell'antrace è solo un modo. Il terrorismo ne prevede mille altri, l'11 settembre ad esempio. Attacchi chimici o batteriologici potrebbero fare un numero enorme di vittime, non comparabile nemmeno con quello delle Twin Towers.

L'amministrazione americana ha chiaro che può difendere, sorvegliare molti punti strategici: areoporti, luoghi di potere, centrali nucleari sul suo territorio, ma non potrà mai sorvegliare ogni posto pubblico ed ogni posto pubblico può essere potenzialmente il luogo dove avverrà il prossimo attentato, il prossimo attacco non portato da un esercito regolare, il prossimo attacco potrebbe essere inaspettatamente ovunque. Senza alcun esercito. Senza poter individuare un esercito invasore ed essere legittimati dunque alla difesa.

Se l'atto stesso di invadere il territorio di uno stato sovrano legittimava immediatamente la difesa da parte dello stato invaso, il semplice varcare il confine non portava immediatamente migliaia di morti. Un attacco terroristico con le armi di distruzione di massa oggi nel momento stesso in cui avviene potenzialmente può portare un numero enorme di vite straziate.

Dunque non si può più aspettare che l'attacco avvenga per reagire. Potrebbe essere una ferita di profondità lancinante e potenzialmente non si potrebbe immediatamente stabilire quale ne sia la fonte. Lo stato canaglia implicato.

Per questo gli USA hanno dall'11 settembre una nuova dottrina, quella della guerra preventiva. Dottrina che non fa parte dei principi delle Nazioni Unite, ma allora sono le Nazioni Unite a essere indietro rispetto alle sfide del nostro tempo, non l’America. Certo l'amministrazione Bush aggiunge altre motivazioni all'attacco, quali considerazioni di geopolitica, ciò cercare di ottenere un equilibrio in quella delicata area, e considerazioni di natura etica legate all'esportazione della democrazia, ma il vero problema è quello della sicurezza.

Di fatto Biancheri comprende e condivide tale dottrina americana, rimane però un punto: a suo parere gli USA non hanno dimostrato prima dell'attacco che l'Iraq possedesse effettivamente armi che potenzialmente potessero permettere a eventuali terroristi al soldo di Saddam di provocare quelle ferite lancinanti dalle quale ci si vuole difendere preventivamente. Quindi è venuto a mancare un punto fondamentale nella catena logica stante alla base della dotrrina della guerra preventiva.

Personalmente al termine di questa spiegazione mi è subito frullata in mente una considerazione: ma nel momento in cui le truppe angloamericane trovassero queste armi di distruzioni di massa, la guerra verrebbe legittimata?

Sembra forse una cretinata, ma come ha detto Sergio Romano, alla fine se gli USA termineranno la guerra con successo e in tempi brevi, scovando magari arsenali di antrace et similia, tutte le discussioni e le fratture si ricomporranno e la situazione diplomatica internazionale sarà molto meno problematica di quanto oggi sembri destinata a diventare.

dal flusso di onino 01:14 | commenti | + -
>>> lunedì, marzo 24, 2003
 

>>> Sacche di resistenza

Dopo "armi di distruzione di massa" ecco la nuova espressione onnipresente: "sacche di resistenza".
Rindondanza all'ennesima potenza.


dal flusso di onino 00:51 | commenti (2) | + -
>>> venerdì, marzo 21, 2003
 
>>> A Fidel non piace leggere...

L'associazione Reporters Without Borders che lavora per ripristinare o instaurare per la prima volta il diritto di una stampa libera in tutti i paesi del mondo, scrive dell'arresto di 12 giornalisti indipendenti a Cuba.
Le leggi cubane dichiarano illegale qualsiasi pubblicazione non goda dell'ufficialità riconosciuta dallo stato, ma negli ultimi anni vigeva una leggera tolleranza. Tolleranza resa possibile dal fatto che le voci indipendenti trovavano modo di farsi sentire solo tramite internet, una fonte di informazione estremamente poco diffusa a Cuba e quindi le "parole contro il regime" potevano essere ascoltate da ben pochi cubani.
A dicembre però e' iniziata la pubblicazione di un magazine interamente scritto da giornalisti indipendenti, De Cuba, che stampato in 300 copie è stato distribuito segretamente nelle 14 province dell'isola.
E' scattata dunque l'offensiva di Fidel Castro che ha comandato un blitz contro 12 giornalisti e vari attivisti, ora arrestati ed accusati di complottare col nemico (gli USA), e di essere al soldo dell'ambasciata americana sull'isola. Ambasciata che ha aiutato questi giornalisti come hanno fatto molte altre ambasciate di vari stati europei, con la semplice intenzione di dare la possibilità ad una voce alternativa di alzarsi e differenziarsi dal coro univoco del barbuto Fidel.
Il fatto più incredibile è che ora questi 12 giornalisti rischiano 20 anni di carcere.

An official statement read on TV said the journalists would be punished under "laws dealing with serious acts of collaborating with the enemy." This could include law 88 on "protecting national independence and the economy," passed in February 1999, which provides for up to 20 years imprisonment for subversion on behalf of the "imperialist ends" of the United States, including working with foreign media.






dal flusso di onino 12:09 | commenti | + -
>>> giovedì, marzo 20, 2003
 
>>> La guerra non fa per i blog

E' quanto si evince da questo articolo sul Los Angeles Times. La tesi è che i blogger abbiano fatto un ottimo lavoro nel percorso di avvicinamento al conflitto. Un ottimo lavoro nel commentare i discorsi di Bush, le risoluzioni dell'ONU, nel dipingere possibili sviluppi diplomatici, nel dare risalto immediato a nuove notizie e così via. Ma ora che saranno i carriarmati e le bombe a parlare, la blogosfera perderà audience e risalto, in favore delle notizie riportate dai giornalisti al fronte sulle grandi reti TV e sui loro siti (qui le novità).

But, as President Bush's war deadline passes tonight, the bloggers appeal may fade as the appetite for facts trumps the taste for opinion.

Cioè: fatti, non pugnette.

[UPDATE: della stessa questione parla anche l'autorevolissimo Gino Roncaglia, qui]

dal flusso di onino 11:12 | commenti (2) | + -
 
>>> Le prime difficoltà del Knowledge Architect

Paolo Valdemarin qui dice la sua sull'introduzione dell'uso di weblog in intranet aziendali per migliorarne il sistema di Knowledge Sharing. Mi sono letto un pò di link (1, 2, 3, 4, 5, 6) e ho pensato di tradurre il tutto non solo dall'inglese, ma anche in un gergo e una forma moooolto user-friendly, diciamo in una "storiella".
Vuole essere una sorta di introduzione all'argomento che non si abbandona al benchè minimo tecnicismo e affronta il Knowledge Management in maniera spicciola e ironica. Nella speranza che qualcuno leggendo questa storiella sia incuriosito dal KM e magari approfondisca con letture meno grossolane.

Le avventure del Knowledge Architect

Sono Enzo Conoscenzo. Sono un Knowledge Architect, un consulente pagato per migliorare l'efficienza delle organizzazioni tramite sistemi di Knowledge Management. L'obiettivo odierno è quello di convincere i dipendenti dell'organizzazione Scazzomatix a condividere le loro conoscenze attinenti alle loro pratiche lavorative tramite dei blog. In pratica ognuno avrà il suo blog sulla intranet dell'azienda. Ma sul blog non dovranno scrivere la solita fuffa, ma le maniere con cui svolgono il loro lavoro, le strategie migliori per persuadere i clienti, le maniere più svelte per costruire layout grafici efficienti e quantaltro se condiviso possa migliorare le prestazioni della Scazzomatix.

Ma ecco i quattro pensieri che frullano immediatamente nella testa dei dipendenti e che li portano a rigettare in prima istanza il KM e a considerare Enzo Conoscenzo uno stupido rompiballe che si deve levare di torno al più presto:

(immaginatevi la schiera di dipendenti riunita in sala conferenze, tutta assorta nelle proprie meditazioni.. rumore di fondo: mumble mumble mumble...)

PENSIERO 1
col cazzo che dico a tutti gli altri quella procedura che ho scoperto per velocizzare l'immissione dei dati nell'archivio. Ora come ora faccio il loro lavoro in 6 ore e me ne rimangono 2 per navigare per i cazzi miei mentre loro ancora sgobbano. Se invece la rendo pubblica il capo fa adottare a tutti quella procedura e la fa applicare per 8 ore di fila così aumenta la produttività e le mie 2 ore di cazzeggio si volatilizzano.

PENSIERO 2
col cazzo che ora gli spiego come faccio a farlo così bene. Ora il capo mi crede indispensabile e non mi licenzierà mai, altrimenti è nei guai con nessun altro che lo sa fare. Se rendo pubblica la mia metodologia, chiunque potrà sostituirmi.

PENSIERO 3
Ma va a cagher... Io che ora mi metto a scrivere e dare la mia opinione!!?? Ma se non scrivo dal Liceo e facevo anche dei temi orrendi... Suvvia lasciatemi inserire i miei soliti dati nell'archivio e non interpellatemi che mi sfasciate solamente i maroni...

PENSIERO 4
Fino a ieri il mio era un lavoro praticamente meccanico di inserimento dati in archivi e da domani mi devo mettere a scrivere e fare l'insegnante a distanza fra l'inserimento di un dato e l'altro??? Ma voi state scherzando! Chi cazzo ce ne ha voglia? E il capo mi viene ancora a dire "dai fallo che così sarà utile agli altri, soprattutto quando tu ne andrai e bisorrà sostituirti con qualcuno che così verrà addestrato più in fretta e meglio grazie al tuo blogging."
Perchè cazzo dovrei fargli sto favore che non mi da un aumento da 3 anni? ...mmh.. aspetta un momentino, però con un aumentino e qualche benefit se ne potrebbe anche parlare....

Riuscirà il nostro Enzo Conoscenzo a convertire questa massa di dipendenti al Knowledge Management?

(fine della puntata di traino. in base ai dati auditel di domani la direzione nella persona di OninO stesso deciderà se portare avvanti la serie "Le avventure del Knowledge Architect")







dal flusso di onino 11:10 | commenti (5) | + -
 
>>> Ecco i watch-dog americani

Un paio di TV di controinformazione presenti negli States. Voci che non si limitano a riportare le conferenze stampa dell'establishment governativo, voci che aprono nuove prospettive di interpretazione della situazione internazionale a quegli americani che non si accontentano delle mainstream-news.

Free Speech TV
Working with activists and artists, Free Speech TV uses television to cultivate an informed and active citizenry in order to advance progressive social change. FSTV airs primarily social, political, cultural, and environmental documentaries acquired from independent producers, and we are beginning to produce and commission original content.

WorldLink TV
WorldLink TV, formed three years ago in San Rafael, Calif., is now available to about 20 million satellite TV homes. Every day, ''Mosaic'' producers Jamal Dajani (a Palestinian) and David Michealis (an Israeli) compile, edit, and translate broadcasts from more than a dozen Middle East nations into a half-hour news digest that is very different from standard American fare.



dal flusso di onino 11:06 | commenti | + -
 
>>> Fare soldi. Palate di soldi.

Ecco come tu, blogger che mi stai leggendo, potrai guadagnare palate di soldi con il tuo weblog. E non è una catena di Sant'Antonio. Ecco a voi GoldBlogger!

dal flusso di onino 11:05 | commenti (1) | + -
 
>>> Internet è finito. The End.

Prima o poi sarebbe accaduto. La fine di internet.

dal flusso di onino 11:04 | commenti (1) | + -
>>> mercoledì, marzo 19, 2003
 
>>> Il blogging totale è un quadro di Escher

Scegliamo un cavia. Diamole la piattaforma perfetta per bloggare. Una piattaforma che gestisca testi, immagini, suoni e video in maniera semplice e immediata. Diamo alla cavia uno strumento metamagico che in automatico e in tempo reale mandi al blog la sua vita sensibile. Ciò che vede, sente, legge. Diamole un sistema per taggare questi eventi al volo. Uno dei campi potrà essere lo stato d'animo del momento: certo sto guardando un intenso tramonto primaverile su una ancora pallida Genova, l'immagine è già stata fermata e uploadata sul blog in automatico, ma lì, sola, non ha vita. Aggiungiamo il tag "animo:confuso", quello "desiderio:vederla" e quel jpg si scuote, quasi respira.
Tre mesi dopo. Due di notte, quattro Tennent's vuote di fianco al monitor. Due di notte la metamagia manda al blog un suo stesso link, proprio quel tramonto genovese. Scavare nel passato, rivivere. Autoreferenza.
Riguardando le stesse increspate venature di rosso sull'immobile porto, riguardandole dopo un'inaspettata coltellata alla schiena, dopo un fottuto tradimento ecco che i tag cambiano: "animo:perso", "desiderio:vederla morta".

Vivere e registrare la propria vita, registrare, dunque, che si rivive la propria vita registrata. Una spirale che può attorcigliarsi ulteriormente in se stessa, come un quadro di Escher.

Are we turning into self-appointed reporters and photographers, that document rather than live events and (ultimately) life?

What I had in mind was that our attention has somewhat shifted, or so it seems, from experiencing events to recording and documenting them.

Poi sarà il turno del copia e incolla?

(pensieri e fili dipanati partendo da vari ispiratori)



dal flusso di onino 03:21 | commenti (1) | + -
 
>>> Splinder non fare harakiri

Una clausola del contratto che nessuno (o quasi) di noi ha scovato sottoscrivendo i servizi di Splinder ci espropria delle nostre idee, delle nostre parole, dei nostri flussi di pensieri.
Splinder mi raccomando non far la stupida stasera. Elimina quella clausola o saremo noi ad espropriarti dei nostri futuri post


dal flusso di onino 03:14 | commenti (1) | + -
 
>>> Strelnik sta sicuro, non ti sfratto

Blob of the Blogs viene criogenizzato a tempo indeterminato. Nella speranza che presto un valoroso microonde vada a scongelarlo, io non toglierò da qui a destra il link, se non altro anche per esaudire un bel desiderio di Strelnik:

mi piacerebbe che per un po' di tempo costituisse una specie d'archivio -parzialissimo, certo, della blogosphera italiana in questi sei mesi in cui di blog han parlato in tanti.


dal flusso di onino 03:12 | commenti (2) | + -
>>> martedì, marzo 18, 2003
 
>>> Mutamenti di rotta e fucili a salve

Stasera non ho voglia di cacciare. Ultimamente mi sono un pochino fatto ingabbiare dall'OninO che è stato per un po'. Dall'OninO che sorvola e scova articoli che lo interessano, lo nutrono, lo scuotono e che dopo averli ghermiti li trascina su questa pagina. In realtà la caccia è diventata meno appassionata, meno trascinante, meno spontanea. Talvolta, non lo nego, "stufosa".
Le stat rivelavano invece una crescita, che compiaceva parte di me, tanto più essendo in controtendenza rispetto a quanti altri rilevavano nei loro blog. E questo compiacimento parziale tarpava l'esplicitazione del cambiamento di prospettiva che aleggiava nella mia testa. Stavo tradendo, per rispettare la domanda, quella che mi ero ripromesso dover essere la mia offerta.
Riporto per intero il secondo post di questo blog, risalente al 14 novembre 2002. Mi va di farlo per imprimermelo meglio in testa e perchè rileggendo le mie parole spesso vi colgo qualcosa che il mio omino del cervello era riuscito a mischiarvi, lasciandomene al momento inconsapevole, ma permettendomi, come stasera, di riappropiarmene in futuro.
Non smetterò di cacciare, ma tempi e modalità potranno cambiare, lasciando un pò più di spazio a miei pensieri, a mie costruzioni pseudo-teoriche e a spesso banali riflessioni. Un pochino il fuori mi ha toccato dentro.

(quel che segue risale al 14/11/02)

in una partita a scacchi, ogni nuova mossa illumina di luce nuova il passato della partita e riordina i suoi futuri possibili; allo stesso modo, in una situazione di comunicazione, ogni nuovo messaggio rimette in gioco il contesto e il suo senso.
(Pierre Lévy - Le tecnologie dell'intelligenza)

quindi il fatto stesso che io ora stia scrivendo un nuovo messaggio, nella situazione di comunicazione incarnata da questo blog, significa che io ne sto rimettendo in gioco il suo senso.
vi è un grande principio di libertà e una grande apertura all'incoerenza in questa teoria: non si richiede che io perseveri in una direzione, con una omogeneità di contenuti e una coerenza di finalità. del resto alla nascita di questo blog non ho fatto alcuna dichiarazione di intenti.
di messaggio in messaggio ognuno potrà reinterpretare la totalità delle mie parole. anche tramite assidui reload della pagina senza che vi sia alcun aggiornamento, tramite una semplice rilettura delle mie parole. rilettura simile ad un "ripetita" che in questo caso non ha il fine di giovare alla comprensione o all'indottrinamento, ma dà la possibilità di reinterpretare a differenti livelli e se giova lo fa in un direzione non di consolidamento, ma di un "multisfacettamento" (che sia un neologismo?).

il tutto cosparso da un pizzico di autoreferenzialità.

dal flusso di onino 01:22 | commenti (2) | + -
>>> venerdì, marzo 14, 2003
 
>>> Il blogger-cacciatore di qualità...

Jeff Jervis, presidente di Advance.net, viene intervistato dai tipi di I Want Media alla vigilia del lancio del suo blog sulla possibile guerra in Iraq. E fra le altre cose Jeff definisce quale siano le qualità che un blogger-cacciatore deve avere:

IWM: How will this blog complement your newspapers' original coverage of the Iraq story?

Jarvis: Our Web sites have great content from the newspapers and from the Associated Press but, as we all know, there is more great material across the world of the Web and a Weblog is the perfect tool for pointing readers to some of it. A good Weblogger reads all this stuff so you don't have to; a good Weblogger points to what's worth your time and tells you why it is; a good Weblogger also makes this more interesting or at least entertaining than just a list of links.

So I hope that I'll be a good Weblogger under that definition and that we'll be able to point our users to more interesting material on this obviously hot topic -- good reporting, provocative opinions, informative graphics and so on. I also hope that we will point not just to newspaper and TV sites around the world but also to Webloggers when they have something worthwhile to add for our readers.

dal flusso di onino 20:30 | commenti | + -
 
>>> Blogging complements Journalism

J.D. Lasica dice la sua sulla questione "Blogging is journalism?". Prima di tutto afferma che non tutto il blogging può avere le pretese di essere giornalismo. E spesso non le ha proprio, ne è conscio e non si pone nemmeno il problema. Qua da noi alcuni la chiamerebbero "fuffa".

If a weblog does nothing more than show off photos of your pet cat Boca, I’ll go out on a limb and say that it probably isn’t journalism, unless Boca is one special cat. So not all blogging is journalism, by any stretch of the imagination. But a lot of what you read in the newspaper isn’t journalism, either, at least not in the strict sense.

Il secondo passo è chiedersi se il blogging che ha pretese più o meno esplicite di essere giornalismo ha speranze di essere considerato tale. Ebbene J.D. Lasica non ha dubbi che il blogging possa essere a tutti gli effetti giornalismo, perchè il giornalismo ha alla base il "telling the truth", e il dire la verità non è ostacolato minimamente dal mezzo blog, anzi la sua indipendenza da editori spesso aiuta.

Ultimo passo della rifessione di Lasica è cheidersi se questo blogging giornalistico dia fastidio ai media tradizionali o adirittura li possa sostituire. Questo non accadrà, dice, perchè il blogging e il giornalismo tradizionale si integreranno e si miglioreranno vicendevolmente:

Now, I don’t share the view of some that blogging will drive news organizations out of business. When the bombs start falling in Baghdad, my first media pit stop won’t be at our young friend Jessica’s weblog. You can bet that millions of us will be tuned in to CNN or checking out the web sites of the major news organizations. But the story doesn’t stop there, for the weblog community adds depth, critical analysis, alternative perspectives, foreign views, and first-person accounts, perhaps by Iraqi citizens or friends or family of U.S. military personnel.

So we need to stop looking at this as a binary, either-or choice. We need to move beyond the debate of whether blogging is or isn’t journalism and celebrate its place in the media ecosystem. Instead of looking at blogging and traditional journalism as rivals for readers’ eyeballs, we should recognize that we’re entering an era in which they complement each other, intersect with each other, play off one another. The transparency of blogging has contributed to news organizations becoming a bit more accessible and interactive, although newsrooms still have a long, long way to go. MSNBC and other news sites such as the Providence Journal and Christian Science Monitor have incorporated the form into their missions, with mixed success. In a small way, blogging is helping to repersonalize journalism.

Old Media may have something to offer the young turks, too, in the trust department. Bloggers who dabble in the journalistic process would do well to study the ethics guidelines and conflict of interest policies of news organizations that have formulated a set of standards derived from decades of trial and error.

Insomma Lasica non va oltre, non si sbilancia, non dice nulla di rivoluzionario, forse non gli conviene. Diciamo che fa un buon lavoro di equilibrista, un lavoro che non mi convince.

dal flusso di onino 20:28 | commenti | + -
 
>>> La carta di credito: il modello del blogging globale

L'inventore della carta Visa scrive a Joi Ito. Gli scrive in risposta al manifesto Emergent Democracy scritto dal giapponese. E con un esempio di notevole chiarezza illustra come potrebbe essere la futura democrazia: un mondo eccitato da idee sempre nuove che va avanti con il contributo di tutti:

I have attached a file that will give you a picture of "blogging" called Visa. At the heart of it is a communication network linked in an unimaginable number of ways. Consider that a resident of a small town in Japan can appear at random anywhere on the globe, say a resort hotel in Venice. He presents his card to the cashier who swipes it through a terminal providing information which excites a neuron of code in the terminal to recognizes this information will be exciting to a neuron of code in the computer of the hotel and passes it along. The neuron of code in the hotel computer recognizes the message will be exciting to a neuron of code in the computer of Bank America d Italia in Rome, which enrolled the merchant and holds its bank account, and passes it along. There, another neuron of code is excited to realize the message will excite a neuron of code in the central computer of the Visa European center in Blasingame England. That computer recognizes the message will excite code in the central computer of Visa in San Mateo California which realizes the message will excite a neuron of code in the computer of the Asia Pacific Region in Japan, which recognizes it will excite a neuron of code in the central computer of Sumitomo Bank where another neuron of code recognizes that it will excite code in the Branch of the Bank with issued the card to its customer and holds his bank account. That neuron recognizes that its response will be exciting to the chain in reverse order and instantly provides information of acceptance or rejection. Along the path, other neurons of code are excited to provide language translation, currency conversion and net settlement between the parties at a system wide agreed rate, protection from fraud and counterfeiting and a host of other activities. Every neuron trusts the other neurons to perform in an acceptable manner which results in the trust between cardholder and merchant that is essential to the functioning of the system. Multiply this single transaction by twenty thousand banks, 220 countries, millions of merchant locations and more than a billion card holders and you have a whole hell of a lot of excitement. Imagine what such a system would look like if its currency were ideas and concepts rather than money. Is this what you mean by blogging?

E se avete tempo date un'occhiata anche ai commenti. Very interesting.

dal flusso di onino 20:27 | commenti | + -
 
>>> Consigli ai koreani da parte di Howard Rheingold

L'autore di Smart Mobs scrive un'introduzione all'edizione koreana del suo libro, che sa molto di "ora non fate i fichetti perchè avete tutti una connessione a banda larga e un presidente che sa l'HTML, la democrazia ragazzi, la dovete ancora conoscere...."
O magari è solo un mio misunderstanding...
dal flusso di onino 20:25 | commenti | + -
 
>>> E se il Centrino Intel fosse un buco nell'acqua?

Questa l'opinione di Paul Boutin (ma non solo la sua). Secondo lui solo i Wi-Fi Evangelist, coloro che predicano il Wi-Fi a chiunque, accorreranno a comprare il nuovo processore Intel con Wi-Fi built-in, il Centrino. A parte che in Italia con un nome del genere c'e' il rischio che le casalinghe confondano il tutto per un elegante e tecnologico centrotavola, Paul Boutin rischia di essere fin troppo ottimista nel suo pessimismo. Io sono sicuramente un Wi-Fi Evangelist, ma non comprerò alcun portatile con Centrino a carico. Anche se me lo potessi permettere su cosa mi appoggerei per sfruttarlo. O ne farei uso solo in casa (magari assieme a questo per condividere i dati col PC) o dovrei aspettare che mamma Telecom mi permetta di connettermi almeno nei giardini sottocasa, nelle bibliotece e in qualche altro posto. Ma temo che sarò già un canuto ex-smanettone quando questo possa accadere in Italia. Chiusa la parentesi pessimismo cosmico interiore, vado a riportare perchè Centrino potrebbe fare flop, condividendo buona parte dell'analisi di Boutin:

In practice, people who rush out to buy Centrino laptops may find there's nowhere in town they can get online, unless they live in downtown Manhattan or San Francisco. In that light, Intel's marketing blitz, which includes multimillion dollar investments in other companies, seems like hawking compact discs on the promise that disc players will show up later.

Unlike cell-phone service, access points are run by thousands of separate personal and small-business operators under different log-on and billing schemes. Many home and business owners wisely refuse to share their networks.

The companies that deliver cell-phone service are best equipped to build nationwide Wi-Fi networks, but they're taking a wait-and-see approach. Wi-Fi requires completely different hardware than cellular phones, with base stations in many more locations due to their shorter range. FCC regulations have made it tough to develop a wide-area base station, and the rules also prevent wireless carriers from buying Wi-Fi spectrum to lock out competitors, as they do with cellular bandwidth.

Intel expects Centrino to be a Pentium-sized hit that will sell new computers, and you can't blame Wi-Fi evangelists for being excited. But to pull the plug and become a Wi-Fi evangelist yourself, you don't need a $1,500 Centrino laptop. A $50 card for your current one will do.

Comunque Centrino o meno se sei a Boston in Newbury Street e hai un portatile con Wi-Fi, sappi che esiste un centro wireless di via. Usufruiscine.

dal flusso di onino 20:24 | commenti | + -
 
>>> Anche Benetton sposa gli RFID

Dopo Telco e Gilette anche l'azienda nostrana compie il grande passo. Se non vi ricordate di cosa stia parlando e di cosa sano gli RFID, riandate a dare un'occhiata a questo vecchio post.

dal flusso di onino 20:22 | commenti | + -
 
>>> L'uomo e la sua evoluzione in Cyborg

Non posso esimermi dal segnalarvi un ciclo di conferenze di grande interesse riguardo l'evoluzione delle tecnologie indossabili e incarnabili nell'uomo. Nell'uomo che si appresta a mutare in cyborg.

Cyborg Echoes: Collective Consciousness beyond the Post-Cyborg Era
March 21-22, 2003
Toronto

The History and Future of Wearable Computing
March 22 - 31, 2003
Toronto

dal flusso di onino 20:18 | commenti | + -
>>> mercoledì, marzo 12, 2003
 
>>> Arte tecnologica: ID/ENTITY

Che lo SMAU non sia un'esposizione di oggetti d'arte è opinione diffusa. Che vi siano pubblicizzati e messi in mostra gli ultimi gioielli dell'informatica e della tecnologia digitale è altrettanto opinione diffusa. Che le Città della Scienza siano posti dove la tecnologia è messa al servizio dell'educazione e istruzione dei bambini appartiene sempre all'opinione diffusa. Diffusa invece non è l'opinione, la prospettiva di osservazione, di pensiero, che tecnologia possa essere arte. Non un mezzo per fare arte, ma arte essa stessa.
Fate un passo al San Francisco Museum of Modern Art a vedere "ID/ENTITY: Portraiture in the 21st Century"
e ne avrete un ottimo esempio davanti.

It's not a "technology show." The intention is, on the contrary, to look at how new technologies affect representation of the self.

Ecco la descrizione di un'opera che coniuga i temi "identità, sorveglianza, immagine pubblica" (qui una scarna foto):

Surveillance is also Julia Scher's theme. In "Sentry by Julia XXXXIII," a closet-size photo-booth installation, she subverts the tools of the trade into playfully insidious burlesques. From the outside, the pink-hued structure, which emits an electronic circus-music soundtrack, looks a lot like the coin-operated photo-making amusements positioned in bus stations and movie-theater lobbies throughout the land, but if you enter, you're in for a surprise.

Inside the booth, viewers are confronted with a tangle of video cameras and audio equipment placed behind a pane of glass; Scher has made an effort to make the wires and plastic casings very visible, exposing the technology behind the magic. A seemingly computer-generated female voice (actually that of the artist, who has mastered an impersonation of the officious female automaton) issues surprisingly personal comments: "Sit still," she commands. "Your image isn't pristine." But watch where you sit, as the cameras are positioned to provide live feeds to four video monitors positioned outside -- each offers views from butt and crotch cams, from lenses positioned at chin-doubling and hair-thinning perspectives. But you never quite know what your image looks like -- it's visible only to others outside the booth, who happen to see a variety of live feeds from unflattering angles.


dal flusso di onino 02:43 | commenti | + -
 
>>> Il Software Sociale e la Politica dei Gruppi

Ho iniziato a leggere questo nuovo brevissimo saggio di Clay Shirky perchè mi aveva parecchio interessato il suo celeberrimo "Power Law and Weblog".
Ma torniamo al più recente. Subito parte chiarificando cosa intende per Social Software:

Software that supports group communications, includes everything from the simple CC: line in email to vast 3D game worlds like EverQuest, and it can be as undirected as a chat room, or as task-oriented as a wiki (a collaborative workspace).

Mi inizio a sfregare le mani, famelico. Leggo, leggo e leggo. Veloce veloce. Ma nessuna lampadina si accende. Nessuna intuizione geniale. Nulla di nuovo sul fronte occidentale. Mi trascino lentamente verso la fine, profondamente deluso. Clay Shirky, mi dico, questa volta ha fatto un buco nell'acqua. Quando invece, eccole lì, le ultime righe mi scuotono, mi danno un forte senso di dejavù, mi aprono nuove prospettive, rifanno girare il criceto nel cervello. Mi fanno rivalutare Clay. Ecco la luce:

There are thousands of other questions. Can we produce diagrams of social networks in real time, so the participants in a large group can be aware of conversational clusters as they are forming? What kind of feedback loops will this create? Will software that lets groups form with a pre-set dissolution date ("This conversation good until 08/01/2003.") help groups focus? Can we do anything to improve the online environment for brainstorming? Negotiation? Decision making? Can Paypal be integrated into group software, so that groups can raise and disperse funds in order to pursue their goals? (Even Boy Scouts do this in the real world, but it's almost unheard of online.) And so on.

The last time there was this much foment around the idea of software to be used by groups was in the late 70s, when usenet, group chat, and MUDs were all invented in the space of 18 months. Now we've got blogs, wikis, RSS feeds, Trackback, XML-over-IM and all sorts of IM- and mail-bots. We've also got a network population that's large, heterogeneous, and still growing rapidly. The conversations we can have about social software can be advanced by asking ourselves the right questions about both the software and the political bargains between users and the group that software will encode or enforce.


dal flusso di onino 02:41 | commenti | + -
 
>>> Insegnare la convergenza

Laura Castañeda è stata fra i promotori e organizzatori del Convergence Core Curriculum alla Annenberg School of Journalism. Ora dopo il primo semestre e dopo avere partecipato al seminario "Convergence for College Educators" organizzato dal Poynter Institute focalizza quali sono i punti su cui bisogna insistere e dove bisogna cambiare per insegnare ai futuri giornalisti cosa sia e quali prospettiva apra la convergenza. Riporto un paio di piccoli estratti, ma andatevelo assolutamente a leggere tutto.

Many people confuse the word “convergence” with media monopolization. What convergence really involves, however, is cooperation among print, broadcast and Web journalists to produce the best story possible using a variety of delivery systems to reach the widest possible audience.

To properly teach across all platforms, Thompson said schools need to “seek geeks,” or “edgy thinkers” who are often missing from the academic mix. They may not have professional media experience, but they are experts at finding, gathering, processing, and distributing information quickly.

“In my opinion, multiple-platform journalism programs may unknowingly perpetuate professional biases unless they seek geeks who will provide balance and fresh perspective to the mix,” he said. “They can help build bridges across platforms. They are ‘multi-mediators.’”

dal flusso di onino 02:40 | commenti (1) | + -
 
>>> Alcuni bloggano, ma non vivono

Oramai sono Freegorifero dipendente. Eccovi un post da paura! (del resto sono o non sono un gggiovane? potrò usare espressioni gggiovanili, no?  )

I've been thinking about the way we are increasingly surrounded by flocks of tools that allow us to record and share life as it unfolds.
While these (mostly digital) devices have long turned every proud parent into a prolific photo/video artist, they have also been behind the recent blooming of weblogs, moblogs, thinklogs, linklogs, photologs and all those (insert your own word of choice here)-logs we have become so fond of.
The "note to self" I had jotted down a few days ago around this fact was:

"Are we turning into self-appointed reporters and photographers, that document rather than live events and (ultimately) life?"

What I had in mind was that our attention has somewhat shifted, or so it seems, from experiencing events to recording and documenting them for others.



dal flusso di onino 02:39 | commenti | + -
 
>>> Guida per evitare le bufale scientifiche

Un professore di Fisica dell'Università del Maryland individua sette regole per smascherare le bufale scientifiche. E per evitare che risorse pubbliche e non pubbliche vengano sperperate in tali ricerche. Lodevole iniziativa. Ma prima di scrivere avrei preferito fosse sceso dal suo personale palchetto, si fosse tolto i paraocchi e avesse letto Feyerabend.
Anzi avrei preferito che non scrivesse proprio...


dal flusso di onino 02:38 | commenti | + -
 
>>> Signorina, un Mac-wifi-burger menù, please...

Sbrodolare il ketchup sulla tastiera del nostro portatile. Questa la nuova frontiera del Wi-Fi statunitense. Negli States infatti anche i McDonald aprono le porte al wireless. Ma non finisce qua. Numerose catene di hotel faranno lo stesso. Non solo negli USA. Ma ovviamente non in Italia.

Hilton, Mariott, Sheraton, Westin and W hotels will tout wireless access points in hundreds of hotels in the United States, Canada, Great Britain and Germany.

dal flusso di onino 02:37 | commenti | + -
>>> martedì, marzo 11, 2003
 
>>> Bush: o bombardi le parabole o ti compri Al Jazeera

La diffusione delle parabole satellitari nel Medio Oriente e la conseguente esposizione massiccia delle popolazioni ad Al Jazeera e alla CNN non sta giovando per nulla all'amministrazione americana. Tom Brocaw che recentemente ha girato Turchia, Qatar, Kuwait e Giordania ne è testimone.

As a result of this widespread dissemination of information, the fundamental structure of Middle East politics has been altered, if not over-hauled. Today, political pressure develops quickly and independently from the ground up, not just from the top down, a dramatic difference from a decade ago.

I recently spent time in Turkey, Qatar, Kuwait and Jordan during a period in which the French opposition to war was heating up at the United Nations and huge antiwar demonstrations were being held around the world. I was struck by how swiftly the American position on an Iraqi war deteriorated on the Arab street, among ordinary citizens who had followed the developments on their television sets.

I collaboratori di Bush stanno cercando di amplificare la presenza del punto di vista americano su Al Jazeera, ma con scarsi risultati. E c'è grande pessimismo sulla guerra mediatica persino fra le truppe già schierate:

Americans have no doubt about their military superiority or their preparedness for the hard tasks of desert warfare against a desperate enemy. But waging and then winning the communications war is a different proposition. As a battlefield commander put it, "If we don't get this right, we'll be here another 10 years."

dal flusso di onino 03:15 | commenti | + -
 
>>> Cosa è successo. Punto e basta.

Da qualche mese il TG2 ha le notizie che scorrono in basso veloci e sintetiche. Le cable TV only-news americane (CNN et similia) penso le hanno da tempo. Repubblica.it ha le notizie in breve a destra. Innumerevoli siti hanno lo scrolling delle ultime news in alto. Insomma "ditemi cosa succede ora, subito e senza fronzoli".
Questo l'approccio che sta contaminando il giornalismo secondo David Shaw
. Non vi è più il piacere di leggere articoli lunghi, ben argomentati, con un contesto esplicato, con una prosa godibile ma puntuale. E gli editori vogliono pubblicare ciò che il mercato chiede. Notizie fresche, dirette e con tante immagini.

CNN and the Internet provide short, quick news flashes. There is nothing either epic or literary about anything they do. And what does instantaneous global travel have to do with getting up to speed? It seems to me that the faster we can move and the farther we can travel, the more we need to understand where we're going -- and why. We need stories that provide context, perspective, nuance and subtlety, stories that don't just tell what happened 10 seconds ago but why it happened and how it happened and what it means and what might happen next -- next week and next month and next year.

Per molti aspetti questo J'accuse mi richiama alla mente analoghe constatazioni sul versante libro fatte in questi giorni da Granieri, Marsilio Black e Quarky. Provare per credere.


dal flusso di onino 03:13 | commenti | + -