.:::OninO:::.                                          …comunicazione, giornalismo e innovazione

>>> lunedì, giugno 30, 2003
 

>>> A cosa serve un weblog?

Tornato dal convegno di Viterbo, accolgo volentieri l'appello di Gino Roncaglia a pubblicare il materiale degli interventi avvenuti qui e sul weblog del convegno.
Non avendo prodotto alcuna slide per l'occasione, potete trovare qui il .doc e qui il .rtf del mio intervento "A cosa serve un weblog".
Trattasi di un tentativo di transcript di quanto detto a Viterbo, quindi non è perfetto nella forma, tutt'altro



dal flusso di onino 19:30 | commenti (5) | + -
>>> lunedì, giugno 23, 2003
 

>>> Abbuffarsi prima del congresso!

Come anche gli antichi romani sapevano, prima di parlare in pubblico è necessario avere riempito lo stomaco per bene, quindi tutti coloro che verranno a Viterbo per il convegno sui weblog organizzato da Gino Roncaglia, si sbrighino e facciano un passo da Gaspar a dare il loro assenso alla partecipazione all'abbuffata enogastronomica del 25 sera!

Non perdete un solo secondo che la prenotazione incombe!

dal flusso di onino 19:14 | commenti | + -
 

>>> Vittima di una cospirazione pornografica?

Non so come sia potuto accadere e nemmeno il perchè.
Ma fra i referrer mi sono ritrovato
questo.

Qualcuno mi sa dare una spiegazione?


dal flusso di onino 00:58 | commenti (6) | + -
>>> mercoledì, giugno 18, 2003
 

>>> I sacerdoti delle scorie nucleari

Se devi creare una discarica di scorie nucleari che per 10 mila anni saranno radioattive, devi trovare anche un modo, una segnaletica che duri altrettanto e che tenga lontane le persone dal luogo contaminato.

Cosa ti viene in mente allora al Dipartimento dell'Energia statunitense?
(trovato e pastato dal blog della
Fondazione Elia Spallanzani)

Parco nazionale di Canyonlands, Utah. Il Governo federale sta prendendo in considerazione la possibilità di entrare nel settore della creazione di storie dell'orrore. Il problema è questo: ci sono molte probabilità che un miglio quadrato di deserto vicino a questo parco diventi un luogo di scarico di scorie nucleari fortemente radioattive che resteranno nocive per diecimila anni. I segnali di pericolo probabilmente non dureranno così a lungo, e quindi l'Ufficio di Isolamento delle Scorie Nucleari, un settore del Dipartimento dell'Energia, sta cercando dei sistemi per evitare che in futuro delle persone entrino nella zona contaminata.
Un consulente dell'Ufficio, il professor Thomas A. Sebeok, docente di linguistica e antropologia all'Università dell'Indiana, ha proposto un'idea tutta nuova: inventare dei miti tipo "maledizione del Faraone" che terrorizzeranno le persone tenendole lontane dall'area in questione. Il consiglio fa parte di un rapporto tecnico di trentatre pagine intitolato Misure di comunicazione destinate a durare dieci millenni.
I miti dovrebbero "servire a diffondere false notizie, in modo che i non iniziati siano dissuasi dal penetrare nella zona pericolosa per motivi diversi dalla conoscenza scientifica".
I miti, secondo il professor Sebeok, dovrebbero essere elaborati e mantenuti vivi da una speciale "casta di sacerdoti atomici" creati dal Dipartimento dell'Energia e composta da scienziati e accademici. La casta dovrebbe "autoperpetuarsi", secondo lo studioso. "Quando un membro muore, gli altri dovrebbero sceglierne un altro per sostituirlo" dice Sebeok.
Il professore, che ha 64 anni, ammette di avere avuto l'idea guardando i vecchi film di mostri sugli archeologi che vanno incontro a una serie di disgrazie quando violano le sacre tombe dei Faraoni egiziani. Il docente è consapevole che queste maledizioni in realtà non hanno sempre funzionato: il saccheggio di molte tombe egizie ne è una prova. E per questo suggerisce che i miti per le scorie nucleari dovrebbero essere usati solo come metodo supplementare accanto a sistemi più normali, come cancelli e barriere, per tenere lontani gli intrusi.
Il sistema di diffusione dei miti rappresenta un altro problema, dice il professor Sebeok, aggiungendo che per questo ci sono i "sistemi abituali del folklore" come i racconti orali.
In effetti, se il professor Sebeok riuscirà a mettere in pratica la sua idea, avremo l'arte che imita la vita che imita l'arte. A quando Indiana Jones e il Dipartimento dell'Energia?








dal flusso di onino 19:29 | commenti (1) | + -
>>> sabato, giugno 14, 2003
 

>>> Open Spectrum: A Path to Ubiquitous Connectivity

La FCC ha già costituito la sua Spectrum Policy Task Force, che si occupa di studiare come utilizzare l'etere in maniera più proficua, efficiente e meno medievale di quanto si stia facendo. Medievale perchè il sistema di allocazione delle frequenze radio che tuttora si utilizza anche in Italia è tarato sulla tecnologia radiofonica degli anni 30 e su quella televisiva degli esordi del piccolo schermo. In pratica per evitare interferenze non solo si assegna un canale ad ogni emittente ma ci si occupa di lasciare vuoti quegli adiacenti, dando luogo a immensi sprechi che con le tecnologie attuali sono del tutto inutili.

L'Open Spectrum è forse un'utopia, ma già il fatto che la FCC non abbia immediatamente detto di no all'anlizzare la questione è di buon auspicio. I primi risultati della sua Task Force dicono che even in a major urban areas, only 30 percent of allocated spectrum is being used at any one time ma soprattutto:

What enabled the FCC even to consider the idea of an open spectrum has been the unexpected success of Wi-Fi (IEEE 802.11 standard) wireless LAN. When the FCC originally allocated 85 megahertz of the 2.4-gigahertz spectrum, it was called the “Junk Band” because it had so many conflicting uses. The 802.11 standard, however, has demonstrated the innovation that can be unleashed with unlicensed spectrum. Products and services based on the 802.11b standard created a $2.9 billion industry in 2002. The FCC then saw that technology and standards can use spectrum in ways that seem to create more capacity.

Leggendo questo interessantissimo articolo di Robert J. Berger si comprende quale siano le immense potenzialità che risiedono in uno sviluppo del progetto Open Spectrum, e di quanto sia necessaria una presa di coscienza da parte dei legislatori e di coloro che hanno in mano il know-how tecnologico al fine di collaborare cercando standard comuni per peremettere a questa utopia di diventare realtà: la Ubiquitous Connectivity.

Anche tramite radio cognitive.

Cognitive and software-defined radios for more intelligent spectrum utilization. The existing spectrum policy forces spectrum to behave as a fragmented disk. It chops it up into thousands of small bands. Not only does this fragmentation make it difficult to take full advantage of spread spectrum, but it just plain wastes spectrum.

Cognitive radios have embedded intelligence and radio frequency (RF) technology that allows them to know what kinds of transmissions are desired (bandwidth, latency, urgency). They can “listen” to huge swaths of spectrum and determine which chunks of spectrum are available around them. They also know the rules of what spectrum could potentially be shared if a primary licensee of that spectrum is not using it at that time or place where the cognitive radio is located. The cognitive radio could then use those chunks of spectrum to talk to other cognitive radios nearby using the most appropriate RF modulation techniques for the desired transmission and available spectrum. An SDR can transmit/receive customized RF modulations, which can be conventional, ultra-wideband, or even multi-band, where spread-spectrum techniques can be spread across many non-adjacent bands instead of the continuous spectrum that single-band UWB requires.

Embedded intelligence (made cheap and powerful by Moore’s Law) will allow each open-spectrum device potentially to be not only an end node in a network, but also a relay unit for any nearby neighbors forming a mesh network instead of a conventional point-to-point or point-to-multipoint architecture. Such a mesh network would mean that as long as one or more nodes can access a gateway to the backbone, any node that can connect to any other node of the mesh could get its data to and from the backbone as well. The neighbor-to-neighbor links can thus be very short, in the range of UWB and other low-power spread spectrum techniques. The more devices that participate in the mesh, the more possible paths there are to the backbone (and to each other). This is an example of Metcalfe’s Law. An aspect of such a mesh network is that the capacity of the mesh increases as more nodes are added, known as cooperation gain. Assuming a critical mass of nodes and backbone gateways so that new nodes have a path to the backbone, the system scales very nicely and allows for lower power output per node and thus dramatic geographical spectrum reuse while still extending the coverage area of the mesh.

Besides the basic relay functionality, it would be advantageous to let devices automatically discover their neighbors and dynamically reconfigure links based on changing conditions, all in a secure but flexible manner.

dal flusso di onino 18:59 | commenti (2) | + -
>>> mercoledì, giugno 11, 2003
 

>>> (D)evoluzione Splinderiana

Mentre davo una delle 24 occhiate giornaliere a OninO (questo blog che stai leggendo) per vedere se qualcuno aveva commentato qualche post, noto che non esiste più la dicitura "commenti", ma ora ho quella "comments". Ed io non ho messo mano al template. Lo stesso è accaduto a Derviscio e alla maggiorparte degli splinderiani.

Un pò di tempo fa volevo andare su Splinder e digitai www.splinder.com invece che .it e mi apparse una pagina del tutto uguale graficamente a quella italiana, ma in buona parte inglese con raccomandazioni di non creare blog lì in quanto piattaforma in prova o qualcosa di simile. Se oggi riprovo andare su www.splinder.com, mi catapulta sul .it, quello che tutti conosciamo.

In più oggi su www.splinder.it si annunica un blackout notturno della piattaforma per "offrire nuovi servizi che saranno disponibili nei prossimi mesi. ", che spero siano i feed RSS annunciati non ricordo dove, magari conditi di Trackback, ping e quantaltro. Giusto per non perdere il treno giusto.

Facendo due più due ho il chiaro sospetto (benevolo) che i nostri amici di Splinder stiano per fare il grande passo di allargarsi oltre l'italico dominio .it, integrando nuove funzionalità per essere subito concorrenziali.

Non so se ci saranno di mezzo soldi, ma per ora c'è quel "comments". [Aggiornamento: sono tornati i commenti]
Ma magari dietro non c'è nulla. E io sono paranoico.


dal flusso di onino 14:33 | commenti (6) | + -
>>> lunedì, giugno 09, 2003
 

>>> K-log: meglio non sottovalutarli

Un pò di tempi fa avevo scritto di Enzo Conoscenzo, knowledge architect che provava a convincere capoccia e dipendenti di un'azienda ad implementare i blog all'interno della struttura aziendale. Trovate le due puntate qui e qui.

Oggi mi sono imbattuto in un articolo molto interessante di Francesco Mantovani, che illustra meglio di quanto lo avessi fatto io in maniera grossolana una delle ragioni che contemporaneamente frenano il dipendente a tenere un weblog intraziendale sulla sua attività lavorativa e invece dovrebbere spingere le aziende ad adottare questa soluzione di knowledge management:

Le aziende che lavorano cosi' perderanno. Moriranno uccise dallo spreco di risorse e da una loro stessa creatura: la mobilita'. In un mondo che piace globale, dove spostarsi di paese e di continente e' uno scherzo e dove il nucleo familiare e' ridottissimo al punto da farci apparire ormai non piu' formiche ma lumache con la casa sulle spalle, giocare a rimpiattino alla ricerca di luoghi di lavoro sempre meno costosi e' lo sport di tutti. Devono costare meno i viaggi, le case, le infrastrutture, le tecnologie, i servizi, i fornitori... i salari. Si limano i costi visibili, facendo fare bella figura ai CFO nel breve periodo. Ma c'e' una falla. Il povero Dilbert ha imparato a spostarsi, e, peggio, a cambiare. Ad essere "usa e getta", esattamente come il suo lavoro gli impone, ma con intelligenza: dovunque va, lui, il knowledge worker, accumula conoscenza, apprende strumenti, metodologie. In cambio riversa le sue idee, in minima parte, e la conoscenza pregressa. Quando va via, porta via tutto, comprese le idee. E l'azienda riparte da capo, spesso impoverita. Cerca un altro Dilbert, investe di nuovo 8-6-12 mesi per ricostruire il bagaglio di informazioni che rende produttivi, per tappare le voragini di conoscenza che si sono aperte. Ma l'altro, quello che se n'e' andato, molte cose non le ha nemmeno lasciate: nessun manuale per capire a che punto era arrivato, nessun video che riassumesse in dieci ore tutte i progetti che ha provato ad iniziare, le porte contro cui si e' scontrato, gli errori formali o di contenuto che ha fatto e che il nuovo "impiegato-usa -e-getta" rischiera' di compiere a sua volta, perdendo punti nella scalata e di nuovo zavorrando le esauste bisacce dell'azienda

Ed ecco un'altro degli added value che porta il K-logging: l'innovazione per contaminazione delle idee:

Questo time-to-market esasperato si puo' considerare funzione di molte variabili, ma se tra queste pensate di annoverare la knowledge, la competenza, l'esperienza nell'esecuzione dei passaggi e l'innovazione per contaminazione di idee... ecco, avete trovate la vera chiave per cui un k-log puo' rivoluzionare un'azienda. Come "diario di progetto", condiviso ed aperto ad input mirati da parte del sistema, smette di essere un banale strumento di comunicazione e si fa strumento di estrazione e trasmissione della conoscenza, anche di conoscenza tacita (quella cioe' che le persone non sono in grado di condividere perche' non sanno di possedere). Diventa il motore della conoscenza interna, liberando Dilbert dal compito gravoso di ricostruire il passato e lasciandolo libero di pensare e di aggiungere valore.

Enzo Conoscenzo applaude Francesco, anzi, si alza in standing ovation

dal flusso di onino 20:20 | commenti (6) | + -
>>> venerdì, giugno 06, 2003
 

>>> La solita elite. Nulla di nuovo sotto il sole?

Al tanto vociare intorno alla questione giornalismo-blogging che ha portato Dan Gillmour ad affermare "the rules of journalism are changing", va aggiunto che queste regole stanno sì cambiando, ma per mano dei soliti noti, la solita elite, i soliti quattro gatti.
Questo in sintesi quanto ci dice Hannibal dalle colonne di
ArsTechnica.

So what you wind up with is an "amateur" tech publishing sphere that draws from the exact same narrow demographic slice as traditional journalism: white, college educated, middle- and upper-middle-class people (anecdotally, the male/female ratio is very good for blogging) who've been professionally trained with a very specific skill set.

Poi aggiunge:

What's amazing about the Web as a social space is that it has succeeded in reproducing and in many ways even reinforcing traditional power relations between social groups. So I guess the take-home point is that, not only will the revolution not be televised, but it won't be blogged, either.

Ecco, a me qui non convince proprio.
Pur ammettendo che sia vero che la maggior parte di coloro che si affacciano al web-publishing siano i soliti noti e privilegiati, reputo che il blogging non vada a rinforazare le tradizionali relazioni di potere, ma che permetta l'instaurazione di nuove relazioni, intrecci, scambi a somma positiva fra queste persone e che tramite queste dinamiche di interazioni si possa muoversi verso un allargamento delle possibilità di azione non di "comando", ma di "costruzione" e di estensione di queste stesse all'esterno dell'elite in questione.

E' un pò il discorso di una monarchia illuminata e di quei focolai culturali che partono magari da un cafè dove non tutti posono entrare, ma le cui fiamme se ben condotte e alimentate possono abbracciare anche ciò che sta intorno.

Ovvio non è un "tutto e subito", non una "revolution", non un programma massimalista. E' una riforma per gradi. Ma il cafè da dove è partita non è una roccaforte lontana dalle voci della città brulicante, ha le finestre ben aperte e chi è dentro non si tappa le orecchie.

(post nato da un imbeccata via mail di Antonio)

[mi accorgo solo ora di un commento del Guru ad un suo stesso post che può tornare utile qui:

Mi piace semplicemente pensare che dopo aver conosciuto i blog, le 'abitudini di relazione' che abbiamo tutti stimolato possano estendersi facilmente a qualunque persona decida di costruire il suo 'point of presence' in rete, anche con una forma di pubblicazione (o smistamento) di contenuti diversa dai blog.
Quanto ai vincoli di cui parlava Antonio, annoterei che il vincolo 'original' (ovvero la familiarità con il computer) è difficilmente superabile dall'interno della rete. Tuttavia, anche se oggi vengono pianificati e realizzati in modo maldestro, prima o poi i programmi di aiuto alla capacità tecnologica individuale finiranno con l'avere qualche effetto
. ]








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